Si sono appena spenti i riflettori sull’ultima tappa di questo mese dedicato alla moda: la Parigi Fashion Week.
Da sempre considerata come l’espressione più alta della moda, dove l’eleganza, la raffinatezza e la borghesia sono capisaldi, quest’anno Parigi porta in passerella non solo abiti, ma chiari messaggi sociali.
Tramite lustrini, chiffon e frange, la moda esprime concetti ben più complessi di ciò che si pensa, raccontando in pochi minuti di show la sua visone di storia contemporanea.
L’eco-sotenibilità, il gender free, l’inclusività ma anche l’unicità dell’individuo: la libertà di essere sé stessi nel rispetto del mondo che ci circonda, questi sono i temi che Parigi ha fieramente portato in scena.
Il messaggio più chiaro che arriva da Parigi, è quello che sfila nello scenario distopico che Thom Brown crea per la sua collezione A/I 2020-2021. Un bosco innevato ed incantato, dove a falcare la passerella sono degli animali antropomorfi: giraffe, maiali, elefanti, coccodrilli e cavalli, tutti con grosse scarpe a zeppa che ricordano vagamente degli zoccoli animali. I modelli come Minotauri, girano uno ad uno per la catwalk con outfit che ricordano colori e design britannici. Per il finale dello show i modelli si liberano della loro condizione animale, e sfilano a due a due, un uomo e una donna, entrambi vestiti nella stessa identica maniera. Nessun dettaglio li contraddistingue, e il viso è coperto da una velina che difficilmente permette di intuire il genere nei loro sessi. Una sfilata che ci sussurra all’orecchio un messaggio ben chiaro: in una civiltà evoluta, fatta di esseri umani, i generi devono andare estinguendosi.
Hedi Slimane, first designer di Cèline, fa sfilare in passerella il racconto di una generazione, che molto prima di noi, ha fermamente creduto e lottato per la sua libertà. In una collezione interamente dedicata alla madre, utilizzata come sineddoche della parte per il tutto, la sfilata di Cèline parla di quei ragazzi, rivoluzionari nei loro anni ’70, che lottarono fermamente per i diritti ormai considerati “normali”: l’aborto, la sessualità e il sindacato.
A dare quel tocco di contemporaneità è la scelta di Slimane di disegnare una collezione uni-sex, dove non c’è alcun tipo di differenza tra abiti maschili e abiti femminili, ciascuno è libero di indossare ciò che desidera senza alcuna restrizione sociale, liberi ed eroici come i giovani seventies.
Tessuti preziosi e scintillanti, foulard, camicette in seta con grandi sbuffi sul collo, stivali e stivaletti con tacchi più o meno bassi, una moda senza etichetta di genere.
Un discorso similare, ma in tutt’altre forme è quello che si può declinare alla sfilata di Come de Garçons. Rei Kawakubo, famoso per il suo design estremo e voluminoso, caratterizzato dall’abbondanza delle forme nei suoi abiti amorfi, è andato in scena con una collezione dal titolo Neo Future, che di abbigliamento ha ben poco.
Una collezione che destrutturalizzando e ricomponendo le forme utilizzate con tanta astrazione, rimane sospesa in un limbo senza genere, sesso, razza o cultura, in un futuro lontano che esteticamente forse ancora non cogliamo.
Con un linguaggio ben più traducibile ed immediato parla Pierpaolo Piccioli per Valentino. In passerella hanno sfilato 90 pezzi, intervallati tra modelli da donna e da uomo, ma in realtà declinabili ad entrambi i sessi. Anche qui non si legge una sostanziale differenza tra ciò che contraddistingue l’uno o l’altro: trasparenze, seta, borse ed accessori non hanno genere sessuale.
«Non mi interessano i generi o le categorie delle persone, non mi interessa l’età o la taglia... Siamo semplicemente umani. Con questa collezione ho voluto scrivere un messaggio di inclusività che abbattesse ogni tipo di barriera» con queste parole Pierpaolo Piccioli commenta la sua ultima fatica, esaltando l’ideale di una moda coscenziosamente inclusiva.
Una collezione che abbandona totalmente il passato barocco, per lasciare spazio a un’idea minimalista, fatta di total black e grigio sartoriale, pronta a dialogare con tutti.
Una fashion week parigina che dimostra di essere più che cosciente delle dinamiche sociali in corso, pronta a tendere la mano verso una moda sempre più inclusiva, che non ci renda però tutti uguali, ma che al contrario esalti la nostra individualità e le nostre scelte.
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